giovedì 15 settembre 2011

3000 pesos di frutta a Tagbilaran

Il tempo alle Filippine ha fatto strani percorsi. Sono stato solo 20 giorni eppure mi è sembrata una vita. Tanti incontri, tante relazioni, tanta fatica, tanta bellezza. Trovo le città abbastanza caotiche, grigie, inquinate ma vive, da esplorare fino all’ultimo angolo, anche nella baracca che sembra più instabile puoi trovare un noleggio di motorini. Fuori dalle città invece è verdissimo, strade strette sembrano infilarsi timide dove la natura è ancora padrona, le tradizionali case di legno mantengono il loro primato e il traffico è rado, così che la gente usa la strada come un cortile. Mi piace molto.



Mi piace mangiare per strada nei ristoranti tradizionali, dove scegli nelle pentole cosa vuoi e te lo aggiungono a un piatto di riso. Rispetto ai formali ristoranti cui siamo abituati, mi sembra di essere a casa. Per uno che passa così tanto tempo da solo, è un dono.



Le persone sono interessantissime. Molti dei giovani ti sorridono e ti salutano, alcuni sono intimoriti, altri ti scrutano senza pudore, pochi anziani ti ignorano. Alcune ragazze sono imbarazzate, ridono nervose e ti osservano con la coda dell’occhio, alcune ti sorridono apertamente, altre scambiano appena lo sguardo. Spesso dopo il saluto arriva la richiesta, ti serve un taxi, ti serve una guida, ti serve una ragazza, vieni nella mia palestra, comprami sta roba, cerchi una moglie filippina. E poi i ragazzini.



Una mattina stavo andando a piedi al torneo di calcetto e mi ero comprato frutta e dolci per il pranzo. Uno dopo l’altro mi hanno fermato bambini scalzi e sporchi, con dei bambini ancora più piccoli in braccio, che ti guardano con gli occhi spalancati come il gatto con gli stivali di Shrek e non ti chiedono soldi, ti chiedono da mangiare. Una banana, un dolcetto. Come fai a dirgli di no ? Gli daresti tutto, gli daresti la vita. Quel giorno sono arrivato al pranzo con 2 pezzetti di mango.



Alla fine diventano estenuanti, ti aspettano in strada, ti seguono e vedi che rompono i coglioni solo a te che sei straniero e diventa difficile per me avere sempre una reazione emotiva soddisfacente.



Quando poi Aiko mi ha chiesto di comprare 3000 pesos di frutta per uscire con lei e suo cugino. Quando Lea, solo per aver chiacchierato in un bar (dove tra l’altro avevo anche pagato da bere) e mai più rivista, mi ha chiesto di regalargli un pupazzo da abbracciare e ricordarsi di me. Quando i recchioni mi tampinavano per uscire insieme (ma gratis), e persone sconosciute mi chiamavano al telefono e quando anche Cristal mi ha chiesto il pupazzo, con i ragazzini fuori dall’albergo ad aspettarmi, avrei voluto spazzare a forza di calci in culo la strada principale di Tagbilaran. Me ne sono andato contento di andarmene, quasi di fretta.



Ma, voglio dire, è colpa mia. Ogni passo che faccio in questo viaggio sembra venirmi a dire che devo abbandonare il mio ipocrita candore finto buonista, e imparare a mandare onestamente e serenamente a fare in culo quando è ora, prima che mi vengano i 5 minuti. La verità, torna e contorna ogni cosa. Detto questo, chiariti i concetti, credo che le Filippine siano un luogo piuttosto piacevole dove stare, mi sono sentito a mio agio più che altrove e la gente, capito come funziona, è splendida.



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